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Lavorare meno

Dalle "due sessioni", il momento legislativo cinese, emergono proposte sulla settimana lavorativa che hanno provocato un dibattito sui salari e sulle condizioni di lavoro (formale e informale) in Cina

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Simone Pieranni
mar 15, 2026
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Buongiorno, altra settimana intensa, tra fine delle “due sessioni”, Iran sempre in primo piano, ma soprattutto l’incontro tra Trump e Xi Jinping di fine marzo (secondo alcune indiscrezioni Trump non girerà ma il paese ma rimarrà a Pechino, per questioni di sicurezza). Poi ci sono altre cose di cui si discute molto in Cina in questo momento, come ad esempio la questione OpenClaw, ci torneremo, così come sulla controversa legge sull’unità etnica presentata alla conclusione dei lavoro legislativi...

Oggi però vi propongo un pezzo di Vittoria Mazzieri. Durante le “due sessioni” ha chiesto a Vittoria di scrutare quanto veniva proposto sul tema del lavoro, un argomento di cui lei è specialista. Accade spesso che durante il “momento legislativo” escano proposte interessanti, da cui scaturisce un dibattito. Ora, dobbiamo ricordare che, nel contesto istituzionale cinese, le proposte presentate dai delegati durante le "due sessioni" non si traducono automaticamente in provvedimenti legislativi immediati. Questi suggerimenti fungono generalmente da indicatori di tendenza o da strumenti di monitoraggio dell'opinione pubblica. L’iter eventualmente non è brevissimo.

Ma certi temi diventano argomento di cui si discute on line, e non solo, su cui si esprimono accademici eccetera. Quindi oggi il focus sarà su questo.

Anche perché questa visuale sul dibattito ci porta su un aspetto importante: la Cina è quasi sempre concentrata al proprio interno, lo specifico perché ho appena finito di leggere il nuovo libro di Daniel Bell (ci tornerò su Altri Orienti) e il finale del suo libro mi ha portato a specificare questa cosa. Possono esserci tutte le crisi internazionali, ma quanto accade “dentro” è la priorità.

In fondo alla newsletter troverete anche il riassunto del ricordo di un commentatore cinese sulla morte di Jürgen Habermas e il suo legame con la Cina.

Lavorare meno?

di Vittoria Mazzieri

Negli ultimi anni, complici inchieste giornalistiche e tragici casi di infortuni o decessi sul lavoro, le condizioni dei lavoratori in Cina sono finite più volte al centro del dibattito pubblico. Sui social media, movimenti di opinione e nuovi slang giovanili hanno denunciato turni estenuanti nei colossi del tech cresciuti a ritmi vertiginosi - proprio quelli su cui Pechino punta per raggiungere i suoi obiettivi di autosufficienza tecnologica.

Al contempo, hanno fatto da cassa di risonanza al diffuso senso di frustrazione diffuso tra le nuove generazioni, bloccate di fronte alle prospettive incerte di un futuro caratterizzato da lavori precari e da salari modesti. L’economia cinese continua a crescere – seppure con maggiore cautela - ma fatica a compensare gli anni che milioni di giovani hanno investito nell’istruzione e nella specializzazione. A gennaio, la disoccupazione giovanile si è attestata al 16,3%.

In questo contesto, gli slogan governativi che invocano uno “sviluppo di qualità” si affiancano alle promesse di maggiori tutele per i lavoratori. Durante le “due sessioni”, l’appuntamento politico centrale che riunisce l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) e la Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPPCC), la proposta di ridurre la giornata lavorativa da 8 a 7 ore giornaliere sta facendo discutere.

Presentata come una misura per limitare gli sprechi e preservare la stabilità sul luogo di lavoro – concetto, quello di stabilità, centrale nel lessico politico di Pechino – l’idea è stata accolta sul web con diffuso scetticismo. Commentatori autorevoli sottolineano che eventuali miglioramenti delle condizioni lavorative dovrebbero andare di pari passo con la garanzia dei livelli salariali. Soprattutto in settori critici come la gig economy, che coinvolge quasi la metà della forza lavoro urbana.

内卷 (Nèijuǎn), Involuzione
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