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Intervista a Wang Hui

Modernità e AI, dalla crisi del vecchio contratto sociale alla trappola della depoliticizzazione: una mappa filosofica e politica per decifrare la modernità cinese oltre gli schemi eurocentrici

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Simone Pieranni
lug 20, 2026
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Buongiorno, oggi newsletter monstre ma molto preziosa e spiego subito perché: di recente Wang Hui, intellettuale cinese, considerato uno dei più influenti intellettuali pubblici della Cina contemporanea e una figura di primissimo piano nel dibattito teorico globale (e di cui manifestolibri ha tradotto “Il nuovo ordine cinese” e “La questione tibetana tra Est e Ovest”) è stato insignito dall’Accademia dei Lincei del Premio Internazionale Feltrinelli (nella categoria Scienze Morali e Storiche) per aver svelato le radici storiche della modernità cinese.

Per questa occasione ho avuto l’opportunità di intervistarlo: una versione light di questa intervista è uscita su il manifesto, qui trovate quella integrale: sono quasi 60mila battute! Ho intervistato diverse volte Wang, ogni tanto ci sentiamo per email e ne ho approfittato per porgli domande sul suo lavoro, sull’attualità e anche riguardo certe obiezioni che vengono fatte al suo lavoro più recente.

Spero che l’intervista possa essere interessante, è uno spaccato filosofico e politico, io credo, di grande valore e per questo sono contento di pubblicare interamente qui il testo completo.


Sei stato insignito del Premio Internazionale Feltrinelli (nella categoria Scienze Morali e Storiche) per aver svelato le radici storiche della modernità cinese. Potresti illustrarci brevemente la tua visione su questo tema?

La mia ricerca si concentra su come interpretare la “Cina” e la sua “modernità”. I miei primi lavori si sono concentrati sulla storia del pensiero dal periodo pre-Qin (in particolare a partire dalla dinastia Song) fino alla fine del XIX secolo, mentre negli ultimi dieci anni mi sono dedicato maggiormente a ripensare la collocazione storica della Cina del XX secolo. Quando si discute della modernità cinese, questi due aspetti sono interconnessi ma distinti. Nelle varie descrizioni e analisi storiche della Cina, si riscontrano – in modo più o meno esplicito – due diverse narrazioni, entrambe modellate sulla cornice del “dualismo Impero-Stato” nato dalla storia europea. Le ho sintetizzate come la narrazione della “Cina come Impero” e quella della “Cina come Stato-nazione”.

Nella narrazione dell’Impero, la Cina viene descritta come una forma politica non moderna e dispotica (anti-democratica), organizzatrice di un modello di produzione legato a una vasta cultura agricola (non basata sulle città-stato, sul commercio o sull’industria); una “comunità immaginata” o “civiltà” multietnica fondata sull’identità culturale (anziché su quella nazionale e politica); un sistema-mondo o continente egocentrico, basato sul sistema del tributo (anziché su un sistema di trattati tra soggetti formalmente paritari). Queste caratteristiche non solo hanno costituito la differenza tra l’Impero cinese e gli Stati moderni europei (con la loro cultura), ma hanno anche scavato un profondo fossato tra la Cina e la modernità stessa.

Al contrario, nella narrazione della Cina come Stato, si sostiene che, almeno a partire dalla dinastia Song settentrionale, il Paese contenesse già modelli di identità nazionalistica, relazioni economiche mercantilistiche, una fiorente civiltà urbana, un sistema amministrativo altamente sviluppato, modelli di mobilità sociale che superavano le classi, una cultura sociale populista, una lunga tradizione scientifico-tecnologica, una visione del mondo confuciana secolarizzata e forme ramificate di scambi internazionali. Nell’indagine e nella descrizione di questi fenomeni storici, la Cina offre un modello di modernità parallelo a quello della civiltà moderna europea.

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