China Shock 2.0
Un miliardo di euro al giorno di deficit e vertici saltati all'ultimo minuto: perché lo scontro economico (e politico) tra Bruxelles e Pechino è ormai a un passo dalla guerra commerciale aperta
Buongiorno, newsletter infrasettimanale che parte da una notizia, oggi presente sui media internazionali e rivelata dal Financial Times: Pechino ha improvvisamente cancellato con brevissimo preavviso due importanti incontri diplomatici bilaterali programmati in Cina per questo mese: un dialogo a livello ministeriale sulle tematiche digitali e un tavolo di confronto che avrebbe dovuto coinvolgere Olof Skoog, vicesegretario generale del servizio diplomatico dell’UE.
Ora, tra poco vediamo di cosa si tratta. Insieme a questa notizia, troverete anche un articolo di Serena Console sulle relazione tra Cina e Unione europea; a causa dell’instabilità globale, la relazione tra Pechino e Bruxelles diventa molto importante per capire anche come l’Europa si relaziona alla Cina, tra necessità di smarcarsi (in teoria) dagli Usa e la necessità di salvaguardare i propri interessi.
Prima di entrare nel merito, vi ricordo che il contributo di Serena Console, come altri già apparsi su Il Partito, è resa possibile dagli abbonati a questa newsletter. Vi ribadisco quindi l’invito ad abbonarvi per continuare a presentarvi contenuti approfonditi e di qualità.
Ora entriamo nel merito della notizia odierna: secondo il Financial Times, la Commissione europea avrebbe minimizzato la cancellazione dei meeting, parlando di incontri “in fase di riprogrammazione” e sottolineando la continuità dei contatti tecnici (come, ad esempio, il bilaterale del 9 giugno a Bruxelles tra la direttrice generale per il Commercio Ditte Juul Jørgensen e il viceministro cinese Ling Ji). Diciamo che la mossa ricalca una prassi consolidata in cui il rinvio strategico dei vertici viene utilizzato come segnale politico di forte insoddisfazione.
All’origine della reazione di Pechino ci sarebbe la crescente preoccupazione per la postura sempre più assertiva e restrittiva che Bruxelles sta adottando a protezione della propria base industriale. Nei primi cinque mesi dell’anno, le esportazioni cinesi verso il blocco comunitario sono aumentate del 16,4% su base annuale, spingendo il deficit commerciale a una cifra che la Commissione definisce “insostenibile”, pari a un miliardo di euro al giorno.
Per arginare questa pressione, l’UE ha avviato tre nuove indagini anti-dumping solo nel mese di giugno e si prepara a discutere una linea più dura in occasione del prossimo Consiglio Europeo della prossima settimana. Sotto la lente della leadership cinese ci sono in particolare l’imminente Industrial Accelerator Act (che punta a escludere le aziende cinesi dagli appalti pubblici e a limitarne le acquisizioni in Europa), l’aggiornamento del Cyber Security Act per estromettere colossi come Huawei dalle reti telecomunicazioni e dai sistemi di energia solare, e il blocco dei finanziamenti pubblici agli inverter di fabbricazione cinese utilizzati negli impianti fotovoltaici.
La risposta di Pechino si sta muovendo su un doppio binario, tra pressione diplomatica e contromisure legali. I media di Stato come Xinhua e Global Times avvertono che la Cina non desidera una guerra commerciale ma è pronta a “risolute contromisure” qualora l’Europa continui a colpire i suoi prodotti. In questo contesto, la leadership cinese sta intensificando il lobbismo diretto sui singoli Stati membri per frammentare una risposta comune dell’Unione.
Secondo il Ft "la Repubblica Popolare sta blindando il proprio quadro normativo interno per proteggere le catene di approvvigionamento nazionali. A questo proposito, assumono una rilevanza fondamentale i decreti del Consiglio di Stato n. 834 e 835 approvati ad aprile, pensati per neutralizzare i tentativi di controllo extraterritoriale e le sanzioni straniere, a cui si affianca la nuova legge sugli investimenti diretti all’estero (Outbound Direct Investment Law). Uno scudo giuridico che introduce ritorsioni formali contro le restrizioni discriminatorie e impone una stretta rigorosa sui trasferimenti transfrontalieri di dati e tecnologie, a dimostrazione di come Pechino si stia attrezzando per rispondere colpo su colpo all’architettura sanzionatoria occidentale.
Ora, invece, andiamo a vedere quale sia la complessa e recente rete di relazioni tra Ue e Cina che sembra muoversi su una traiettoria di guerra commerciale.
China Shock 2.0
di Serena Console*
C’è un’espressione che rimbalza tra i corridoi del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea, e che entra dirompente anche nelle conversazioni tra funzionari europei e quelli cinesi.
È quella di “China Shock 2.0”, che descrive un rapporto commerciale asimmetrico tra Bruxelles e Pechino, giudicato “non più sostenibile” dalla Commissione europea. Il disavanzo commerciale dell’Europa con la Cina (secondo partner commerciale europeo dopo gli Usa) si è ampliato in modo significativo negli ultimi anni e i numeri lo dimostrano.
Secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al 2025, a fronte di esportazioni europee verso Pechino pari a 199,6 miliardi di euro, il valore delle merci importate dalla Cina ha toccato quota 559,4 miliardi.
Il divario si traduce in un pesante deficit commerciale per l’Ue, che ha raggiunto i 359,8 miliardi di euro.




