Asimmetrie
Oltre la retorica di Washington: lo Shangri-La Dialogue ci mostra come l'Asia-Pacifico sta ridefinendo la sicurezza fuori dalla logica dei "blocchi contrapposti"
Buongiorno, la newsletter di oggi è interamente dedicata allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il principale vertice sulla sicurezza e la difesa dell’Asia-Pacifico. Sui media occidentali e italiani avrete sicuramente letto qualcosa, ma sempre riferito per lo più ai discorsi muscolari del Segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, insieme alla solita cronaca superficiale che ritiene le dinamiche asiatiche un riflesso e basta di quanto dice o decide Washington.
Ovviamente non è così, e quindi grazie a Lorenzo Lamperti, che ha partecipato all’evento a Singapore, oggi proviamo a entrare più nello specifico. Ci sono parecchie cose importanti e interessanti.
Buona lettura.
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Lo Shangri-La Dialogue visto dall'Asia, di Lorenzo Lamperti
“Ci era stato detto che le regole contano, che gli impegni contano e che le norme internazionali si sarebbero applicate in modo uguale a tutte le nazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni e dal loro potere. Oggi però trattati, principi umanitari e impegni internazionali vengono ignorati e interpretati in modo selettivo ogni volta che non si allineano agli interessi geopolitici”.
Sui media occidentali, si è parlato dello Shangri-La Dialogue di Singapore quasi solo in riferimento al discorso di Pete Hegseth, il segretario alla Guerra degli Stati Uniti.
In Asia, trova molto eco quanto ha detto Mohamed Khaled bin Nordin, il ministro della Difesa della Malaysia. Più di tutti, e facendo riferimento anche alla cancellazione della vendita a Kuala Lumpur dei missili antinave prodotti dalla norvegese Kongsberg, il ministro malese ha espresso un sentimento che attraversa in modo trasversale molti paesi asiatici: le regole sembrano contare solo quando assecondano i desideri delle grandi potenze.
D’altronde, a tal proposito Hegseth è stato piuttosto chiaro sulla prospettiva della Washington trumpiana: “Ci siamo lasciati distrarre dalla vuota retorica globalista sull’ordine internazionale basato sulle regole, mentre le capitali europee spalancavano i confini e svuotavano i propri eserciti. Si possono avere tutte le regole che si vogliono, e le regole sono ottime, ma se non si possono sostenere con la forza, non valgono la carta su cui sono scritte”. Per poi aggiungere che servono “più navi da guerra e meno dialoghi”. Il tutto dal palcoscenico dello Shangri-La Dialogue, il principale vertice su difesa dell’Asia-Pacifico in cui si promuove appunto lo sviluppo dei canali di comunicazione regionali e internazionali in materia di sicurezza.
Al di là delle critiche di Hegseth all’Alleanza Atlantica e alla presenza, quest’anno molto nutrita, di rappresentanti dai Paesi dell’Europa, avendo partecipato all’evento di Singapore si può raccontare anche che cosa emerge dallo Shangri-La Dialogue sulla prospettiva asiatica in merito alle attuali dinamiche di sicurezza.
Le tre crisi convergenti
Prima di due giorni di sessioni plenarie e tematiche coi massimi esponenti della Difesa dei Paesi dell’Asia-Pacifico e dell’Europa, lo Shangri-La Dialogue si apre sempre con il discorso programmatico di un capo di Stato o di governo.
Da qui, nel 2022, l’allora premier giapponese Fumio Kishida aveva parlato del rischio che l’Asia orientale potesse diventare una “nuova Ucraina”.
Nel 2024, il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr aveva paventato l’utilizzo del trattato di mutua difesa tra Manila e Washington in caso di scontri con la Cina nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale.
Stavolta è toccato a To Lam, un evento di per sé assai significativo: per la prima volta un leader del Vietnam è intervenuto allo Shangri-La Dialogue per presentare una visione strategica completa della regione e del sistema internazionale. Sin qui, Hanoi aveva sempre mantenuto un basso profilo al vertice di Singapore, in linea con la sua cosiddetta diplomazia del bambù. Di fatto una politica di flessibilità strategica e diversificazione delle partnership, condotta giù dal palcoscenico.
Non è probabilmente un caso che questa svolta avvenga subito dopo che To Lam ha ottenuto un’inedita doppia nomina come segretario generale del Partito comunista vietnamita e presidente della Repubblica socialista. Un doppio ruolo che sembra suggerire la convinzione di Hanoi, o quantomeno del suo leader, che per navigare le turbolente acque del caos globale al Vietnam serva strutturare una presenza internazionale meno defilata.




